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Cos'è la malattia


La schizofrenia è una patologia poco conosciuta, intorno alla quale aleggiano falsi miti. Spesso chi ne è affetto diventa vittima di discriminazioni che non fanno che accrescere il senso di isolamento, solitudine e paura.
I progressi della scienza, le nuove terapie e una migliore comprensione della malattia ci fanno guardare verso il futuro con fiducia.
Convivere con questa patologia non è facile ma una migliore comprensione della malattia e di quali sono le cure disponibili può essere di aiuto nel decidere consapevolmente come affrontare la vita giorno dopo giorno.

Riportiamo il volume "la Tua Strada verso il Futuro" edito da Bristol Myers Squibb Company e Otsuka Pharmaceuticals Europe Ltd., 2004, che raccoglie varie informazioni che possono rappresentare un aiuto per chi è malato e per chi assiste un familiare.


Brochure: "La tua strada vs il futuro" volantino010


Nuove prospettive per la cura della schizofrenia
Antonio Tundo
Istituto di Psichiatria – Roma

Glutammina, glicina, D-serina, sarcosina sono termini che indicano sostanze chimiche presenti nel cervello con cui tutti coloro che soffrono di schizofrenia e i loro familiari in un prossimo futuro avranno modo di familiarizzare. Per oltre 50 anni, infatti, si è ritenuto che la schizofrenia fosse collegata allo squilibrio di uno specifico neurotrasmettitore, la dopamina, e tutti i farmaci fino ad oggi impiegati nella cura di questa malattia agiscono, più o meno esclusivamente, riducendo (tecnicamente si parla di “antagonizzare”) l’attività della dopamina, e in particolare del suo recettore D2. Questi farmaci sono efficaci, a volte rapidamente e drammaticamente efficaci, sui così detti sintomi “positivi”, cioè le allucinazioni e i deliri, come pure sull’agitazione psicomotoria e sull’insonnia, ma poco o nulla possono sui sintomi “negativi”, come l’apatia, la mancanza di motivazione e di interesse e la chiusura ai rapporti con gli altri. Per trovare una spiegazione a questa risposta “dissociata” i ricercatori hanno a lungo analizzato il ruolo di diversi altri neurotrasmettitori finendo con il puntare l’attenzione sul glutammato che interagisce con la dopamina e oggi si sospetta essere il principale responsabile dei sintomi “negativi”. Da qui la ricerca di nuovi farmaci che regolarizzano (tecnicamente “modulano”) la produzione e l’attività del glutammato agendo proprio su quelle sostanze a cui facevo riferimento all’inizio dell’articolo. I farmaci che agiscono sul sistema del glutammato, alcuni dei quali sono già in fase di sperimentazione avanzata, sembrerebbero migliorare la capacità di attenzione e memoria, ridurre la mancanza di interessi e il ritiro sociale e migliorare la sintomatologia anche nelle forme resistenti ai farmaci tradizionali (20-30% dei casi). Particolarmente interessante è l’ipotesi, da confermare, che se sono assunti nelle fasi iniziali della malattia potrebbero persino bloccarne la successiva evoluzione. Certamente, come tutti i farmaci, anche questa nuova famiglia di antipsicotici può causare effetti collaterali e, in qualche caso, è stata segnalata la comparsa di ansia e di attacchi di panico; sembrerebbe però essere immune da quelli che sono i più frequenti fastidi correlati alle attuali cure per la schizofrenia: rigidità muscolare, aumento della prolattina e aumento di peso. Se, come si spera, la ricerca clinica su ampia scala dovesse confermare questi risultati preliminari, dopo oltre 50 anni avremmo a disposizione un primo vero nuovo trattamento farmacologico per la schizofrenia. Questo è il futuro prossimo ma cosa c’è già oggi a disposizione? Per restare nell’ambito delle novità in campo farmacologico, diversi studi, l’ultimo dei quali è stato pubblicato proprio in questi giorni su una delle più prestigiose riviste mondiali di psichiatria (Archives of General Psychiatry), dimostrano che è possibile migliorare l’effetto degli antipsicotici sui sintomi negativi (sono sempre più loro al centro delle ricerche) associando alle cure tradizionali due vitamine, l’acido folico e la vitamina B12. I risultati sono più ampi e significativi in un sottogruppo di pazienti portatori di una particolare variante genetica. La vera novità di questi ultimi anni in tema di cura della schizofrenia, tuttavia, non riguarda gli aspetti biologici e medici - in questo ambito si è trattato soprattutto di conferme - ma piuttosto gli interventi psicologici e riabilitativi. E’ infatti sempre più scientificamente dimostrato che, una volta bloccati i sintomi e stabilizzato il quadro clinico con i farmaci, è necessario promuovere il recupero funzionale mediante interventi mirati sia alla persona, come la terapia cognitivo-comportamentale, specifiche tecniche riabilitative e i gruppi di auto-aiuto per pazienti, sia ai familiari, come i corsi di psicoeducazione e i gruppi di auto aiuto per familiari. In conclusione, la ricerca va avanti e in un futuro, speriamo prossimo, ci consentirà di conoscere quale sia la causa genetica, biochimica e/o neurofunzionale della schizofrenia (o più probabilmente quali siano le cause genetiche, biochimiche e/o neurofunzionali delle diverse forme di schizofrenia) e quindi di mettere a punto un trattamento mirato e definitivo. Nel frattempo, da clinico penso che la strada da percorrere oggi sia quella di un trattamento individualizzato che integri i diversi strumenti farmacologici e psico-sociali a disposizione in base alle caratteristiche sintomatologiche del disturbo e alle sensibilità della singola persona.

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